Un editor a NY: l’intervista a Marco Perez

Marco Perez è nato a Roma e  ha frequentato la “Scuola Svizzera di Roma” e diplomato negli studi classici.
Dopo aver ottenuto la borsa di studio nazionale per gli studi cinematografici, Marco frequenta il Centro Sperimentale
di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema).
Alla fine dei suoi studi si trasferisce a Milano e inizia a lavorare come editor. Il lavoro lo ha portato anche a Parigi, a Londra, New York, Los Angeles, Toronto, Monaco di Baviera, Amsterdam, Madrid, Auckland, e Città del Capo.

Marco ha lavorato come montatore per alcuni fra i migliori registi di cinema e pubblicitá come
Wim Wenders, Spike Lee, Michael Hausmann, Joel Schumacher Adrian Moat, Adrien Brody,
Marco Brambilla, Mathias Zentner, Alessandro D’Alatri, Eugenio Recuenco, Albert Watson,
Costanza Quatriglio e molti altri.

Ecco la sua intervista…

 

Ciao Marco, quali sono le tue motivazioni per aver  lasciato l’Italia?

Io ho lasciato l’Italia per la Francia alla fine del 2001. E dal 2006 vivo a New York. Difficile riassumere  le ragioni per cui ho deciso di lasciare il paese in cui sono cresciuto.
La ricerca di opportunita’ nuove, il piacere di sfidarsi, l’eccitazione di trovarmi in territori non famigliari; hanno avuto un peso in questa scelta.
C’era anche la sensazione che in Italia (dove fortunatamente il lavoro andava molto bene per me) avessi raggiunto come un soffitto di cristallo e che non era possibile crescere piu’ di cosi. Di mettermi in pantofole a 35 anni non avevo voglia.
Ma sopratutto ho deciso che  non volevo piu’ vivere in un paese dove se fai la file, se paghi le tasse, se sei onesto… ti senti stupido. E’ molto amaro ed e’ – penso – la fine di una societa’ civile quando si comincia ad avere questa sensazione.
Un altra ragione forte per entrambi i miei trasferimenti e’ stata sicuramente l’amore e il supporto della mia compagna di allora Federica che viveva in Francia e di mia moglie Giovanna adesso che vive fra New York e Roma.

Da quanto tempo vivi a New York e di cosa ti occupi?

Io sono arrivato a New York l’undici settembre del 2006. Quando dalla societa’ per cui ho cominciato a lavorare a NY mi hanno chiamato  per confermarmi la data di partenza, ero cosi’ felice che non mi sono neppure accorto che si trattava di una data fatidica.
Mi occupo di montaggio cinematografico e di pubblicita’. Nel 2013 sono diventato partner di Union Editorial  una societa’ di montaggio con cui lavoravo dal 2009.
Il primo lungometraggio americano che ho montato debuttera’ in competizione al Tribeca film festival ad aprile 2014. Sto lavorando ad un secondo lungometraggio di finzione con Michael Pitt e Nina Adrianda “You can’t win” e ad un documentario di lungo metraggio “Uncertain” diretto da Ewan McNicols e Anna Sandilands con cui abbiamo fatto l’anno passato il cortometraggio “The Roper” che e’ stato molto fortunato. E’ stato invitato al Sundance Film Festivall, a True/False, al South by South West ed ha vinto il Webby Award come miglior documentario distribuito su internet.

In pubblicita’ ho montato campagne per Levi’s, HBO, Jaguar, United Airlines, Haagen Dazs, Jeep, Blackberry…

Con quale visto sei arrivato? E’ stato difficile ottenerlo?

Io sono arrivato inizialmente con un visto O-1. Quello che spesso viene definito il visto “artistico”; in realta’ e’ un visto che puo’ essere chiesto da chiunque abbia capacita’ straordinarie nel proprio campo di lavoro. Il governo americano lo chiama con un linguaggio che arriva diretto dagli anni ’50 il visto per gli “aliens with extraordinary abilities”. Io non so perche’ ma ogni volta che lo sento penso a Superman, poi penso a me e mi vien da ridere.
Ottenerlo e’ stato complesso, ma non troppo difficile. La mia era una situazione a suo modo privilegiata. Il mio portfolio del lavoro pubblicitario (o showreel come si dice in gergo) era molto forte e quando ho cominciato a cercare lavoro negli States due societa’ di montatori mi hanno fatto entrambe delle ottime offerte. Il che mi ha permesso di negoziare che tutte le pratiche per l’immigrazione venissero pagate dal mio datore di lavoro.
La raccolta delle lettere di presentazione e’ una cosa che bisogna fare attentamente. Il consiglio che ho ricevuto dal mio avvocato era che sono meglio poche lettere “forti” che tante deboli. Naturalmente meritare lettere di presentazione forti e’ tutt’altro che semplice.
Quando nel 2008 ho deciso di cercare lavoro con una nuova societa’, fra le mie richieste c’era anche che  il passaggio del visto O-1 alla nuova societa’ e  l’avvio delle pratiche per la carta verde fossero a carico della nuova compagnia.
Da due anni ho ottenuto la carta verde.

Il dettaglio piu’ importante di questa storia e’ – credo – il fatto che io quando ho deciso di vagliare la possibilita’ di vivere negli Stati Uniti ho scritto alla ventina di societa’ che mi interessava incontrare utilizzando indirizzi email del tipo “info@”. Mi hanno risposto praticamente tutti e tutti sono riuscito ad incontrare di persona quando ho fatto un viaggio a NY a questo scopo.

Come hai risolto il problema dell’affitto di una stanza? Ti sei rivolto ad un privato o ad un’agenzia?

Cercare un posto dove vivere a New York e’ difficile. E’ molto costoso e i nuovi immigrati partono tutti con un handicap grave: la mancanza di un “credit score” americano. Averne uno e’ molto importante ed e’ fra le prime cose che bisogna costruirsi quando si arriva qui.
Io mi sono rivolto a tutti. Agenzie, privati, conoscenti… Sono passati parecchi anni ora. All’epoca il mercato era brutale e molto competitivo. Probabilmente lo e’ ancora se non di piu’. Alla fine, quando ero veramente scoraggiato,  ho trovato casa grazie ad un annuncio letto sul NY Times.
Per trovare un posto giusto e  non  un tetto di fortuna, e’ veramente utile organizzare dall’Italia qualcosa per le prime 4/6 settimane. Adesso grazie a airbnb e vrbo e’ piu’ semplice. Con craiglist sarei invece molto prudente fino a che non si arriva in loco e si possono vedere gli appartamenti e conoscere i proprietari di persona.
Organizzare una sistemazione dall’Italia e’ un “investimento” costoso, ma aiuta a non trovarsi strangolati in un mercato difficile.

Quale zona consiglieresti per l’alloggio? E quale sconsiglieresti?

La scelta della zona e’ molto personale e dipende da troppi fattori per dare consigli sensati. Non esiste “one size fits all” per l’alloggio.
Sicuramente non bisogna aver paura di Brooklyn o del Queens. Vi si possono trovare case bellissime in quartieri belli e tranquilli.
E’ molto importante la vicinanza alla metropolitana. Gli inverni sono molto rigidi qui e se si pensa di utilizzare la metro per i trasporti urbani e’ importante che l’appartamento sia vicino ad almeno una fermata. Un piacevole passeggiata primaverile di un quarto d’ora diventa un inferno una notte d’inverno quando si rientra a casa dopo cena o la mattina presto quando si a al lavoro. Naturalmente i posti piu’ comodi per il trasporto locale sono piu’ cari di quelli lontani dalle fermate della metro.

Per chi vuole trasferirsi da 0 e’ consigliabile fare uno stage?

Anche qui non c’e’ il consiglio che vale per tutti. Dipende dal lavoro che si fa o si vuol fare, dall’eta’, da se ci si muove da soli o con una famiglia… Al di la’ di questa ovvieta’ credo che in particolare negli Stati Uniti sia bene arrivare con un piano. Un piano chiaro, calibrato realisticamente e allo stesso tempo ambizioso. Questo piace molto agli americani e a chi in America vive: “Io vengo qui perche’ voglio realizzare questo progetto”.
Gli Stati Uniti sono un paese dove talento e duro lavoro pagano. Lo fanno sul lungo periodo. Difficilmente se si e’ un cuoco si diventera’ lo chef piu’ famoso di NY nel giro di settimane. Sicuramente invece  “Sono qui pronto a fare il lava piatti, perche’ voglio imparare e diventare lo chef piu’ bravo di New York.” e’ una attitudine che qui e’ ricompensata. Non tutti diventano lo chef piu’ quotato di Manhattan, ma se si ha il talento e si lavora duro la possibilita’ di diventarlo ci sara’.

Qual e’ il posto che piu’ ti ha entusiasmato nella Grande Mela?

Tutta la citta’ mi ha entusiasmato e mi entusiasma tutt’oggi. Una delle cose piu’ interessanti e’ la densita’ di persone di talento, ambiziose e determinate che si incontrano in questa citta’. Basta sedere a un qualsiasi bancone di bar, pub, ristorante… per incontrare persone veramente interessanti provenienti da ogni walk of life. Questo continuo e inevitabile sfiorarsi fra individui produce un’energia speciale ed elettrizzante.

E’ complicato muoversi con i mezzi? Quale preferisci?

E’ piuttosto semplice muoversi con i mezzi. Io uso soprattutto la metropolitana e talvolta il taxi che e’ relativamente economico.  Bisogna fare attenzione alla differenza metropolitane espresse e quelle locali che all’inizio inevitabilmente portano ciascuno di noi nuovi immigrati a trovarsi a 10 stazioni di distanza da dove si voleva arrivare o a metterci il triplo del tempo previsto. Dall’altro bisogna fare l’abitudine al fatto che la metropolitana newyorkese, specialmente nei fine settimana, e’ piuttosto imprevedibile e che e’ bene star sul chi vive in modo da non aspettare un treno che non passera’ o salire su un treno che saltera’ la meta’ delle stazioni.

Progetti per il futuro, New York o nuove mete?

Chissa’.  Il nostro e’ un mondo che cambia costantemente e che e’ diventato piccolissimo rispetto al mondo che hanno conosciuto i nostri genitori. E’ difficile dire “staro’ qui per sempre”. L’importante e’ non restare in un posto in cui si e’ infelici. Se si e’ infelici, bisogna cambiare, bisogna muoversi, sfidarsi e sfidare la propria pigrizia e le proprie abitudini.

Cristiano Prudente


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